Skip to main content

I funerali di Giuseppe Boaro dalla raccolta di cartoline e fotografie di Roberto D’Angelo

https://www.thinglink.com/scene/1987056929351926628

La pianta del Cimitero di Ivrea

Dopo aver letto articoli che descrivevano cimiteri monumentali e avendo visto che alcune tombe del cimitero di Ivrea erano state citate ci siamo cimentati nella raccolta di notizie e foto di sepolcri relativi a famiglie e personaggi che hanno segnata non solo la storia locale ma , alcuni, hanno veramento influenzato aspetti di vita sociale a livello più esteso. prendiamo il signor Boaro, che portò in Italia il cinema dei fratelli Lumiere e fondò il primo cinema italiano proprio a Ivrea o l’autore Salvator Gotta che godette di fama mondiale all’inizio del Novecento.

Abbiamo ripercorso alcune spazi del cimitero, il nostro socio Giorgio salamano ha scattato foto, abbiamo fatto ricerche guidati dal dr. Franco Farnè, giornalista e studioso locale, dai prof. Fabrizio Dassano e Danilo Zaia, storici e appassionati di eventi eporediesi e canavesani ed abbiamo tracciato una storia del cimitero che comprende la nascita del luogo e le vite di alcuni delle persone che lo popolano.


L’incontro
Domenica 12 gennaio alle ora 16.00 incontro su “Il Cimitero di Ivrea: storia e personaggi” presso la sede del club per l’UNESCO, Via Arduino, 79, galleria d’arte della Prof.ssa Mariangela Diliddo dedicata all’artista Andrea Bortoli. Interverranno in ordine alfabetico: il Prof. Fabrizio Dassano , l’ingegner Giorgio Salamano e lo storico Danilo Zaia. Coordina la Prof.ssa Carolina Arbore. Consulenze sui personaggi del giornalista Franco Farné,

Le storie

La tomba di Adriano Olivetti – La statua di fronte alla tomba
Grazie a Enrico Sargentini, ingegnere assunto da Adriano, a cui è stato a fianco per tre anni fino a quel tragico 27 febbraio, diventando amico della famiglia, si è finalmente sollevato il velo sullo scultore e sulla storia completa della statua. Un tassello importante che ci mancava e un interrogativo che ad ogni occasione di visita si riproponeva.

L’autore dell’opera non poteva che essere uno dei grandi scultori dello scorso secolo: Beniamino “Benny” Bufano, che Sargentini conosce personalmente nel 1962 a Forte dei Marmi, quando lo scultore si reca a Pietrasanta per approvvigionarsi di materiali per le sue sculture. Nato a San Fele, in Basilicata, il 15 ottobre 1890, e morto a San Francisco il 18 agosto 1970. All’età di tre anni emigra con la sua famiglia negli Stati Uniti. Passa la sua gioventù a New York, dove studia alla Art Student League sotto la guida di scultori famosi, che assiste anche nei loro lavori. La sua opera di scultore la svolge soprattutto a San Francisco, di cui diventa cittadino onorario e dove Insegna al San Francisco Institute of Art, da cui presto però viene sollevato dall’incarico, poiché considerato troppo moderno; insegna poi al UC Bertkley, al Oakland’s California College of Arts and Crafts,

I materiali con cui lavora sono ceramica, pietra, rame, acciaio inossidabile, calcestruzzo e mosaico, che talvolta combina tra loro.

Fotografia di Ugo Proserpio
(Fotografia Ugo Proserpio)

I Personaggi e le famiglie

FAMIGLIE
LA TOMBA BRIDA
Tra i pochi edifici citati rimasti è la tomba Brida di Lessolo, «un monumento – segnalò Germano – la cui base è formata da tre gradini di pietra. In mezzo vi sta un piedestallo su cui s’innalza una piromide quadrangolare di bianco marmo. Altre quattro piramidine sorgono ai quattro lati della gradinata. Sul piedestallo è incisa la seguente iscrizione: A ricordanza del cav. avv. Giuseppe Brida, deputato d’Ivrea al Parlamento italiano, morto di cholèra, in Ivrea, sua patria, addì 30 agosto 1867. La vedova e la famiglia inconsolabili posero». Il monumento è ancora praticamente intatto (anche se dei tre gradini ne è rimasto uno solo) e continua a ricordare a chi passa la figura di una persona egregia. «Di quale tempra fosse il deputato Brida – esorta l’autore – leggetelo in queste stupende quanto veritiere parole che il cavalier avvocato Pietro Baratono dettava e la Dora Baltea pubblicava in quella triste circostanza: La Città d’Ivrea deplora amaramente la morte di uno dei migliori e più benemeriti suoi figli. Nei consigli del Comune e della Provincia si mostrò in ogni tempo zelante, probo ed intelligente amministratore. Sindaco per dodici anni della Città, seppe in tempi difficili dirigere le cose municipali in modo utile e decoroso, tale da procacciarsi la fiducia, la stima e la riconoscenza dell’intiera popolazione». E, ancora: «Coloro in ispecie che, chiamati all’uffizio di amministratori accettano un mandato loro conferito dalla fiducia dei cittadini, pensino che devono saper mostrarsene degni sacrificando agi e tempo al bene generale. Se non sono capaci di questo sacrifizio abbiano la franchezza di rinunciare a cariche che richiedono studio e cure incessanti e il più alto spirito d’abnegazione. Chi accetta, per un po’ di vanità anziché per amore del Paese, un pubblico uffizio e poi ne negligenta i doveri, per indifferenza o per gare personali o altro qualsiasi motivo, costui è un amministratore che tradisce la fiducia del paese e mostra di non avere la coscienza dei suoi obblighi». Parole sacrosante quelle di Baratono che mantengono intatte, a un secolo e mezzo di distanza, la loro attualità e freschezza, anche se non trovano più quasi nessuno che le metta in pratica. (Franco Farné)

I BARATONO
Di Baratono la tomba di famiglia conserva un busto dedicato, nel 1883, alla sua intemerata memoria. La colonna che lo regge riporta che fu «giureconsulto dottissimo e amministratore integerrimo, che l’operosa vita consacrava ai più alti ideali dell’umanità». Fu un buon sindaco e succedette a Brida con cui condivise non solo una vicinanza politica, ma anche postuma, in senso toponomastico: il vicolo a lui intitolato, parallelo alla via Palestro, incrocia, infatti, perpendicolarmente, quello intitolato all’amico. Il soffitto, che purtroppo presenta pericolose crepe, conserva ancora tracce evidenti della tinta azzurra, a richiamare il cielo, caratteristica dei soffitti di molte edicole del vecchio cimitero. Una curiosità: nel 1874, il cavalier Baratono, all’epoca sindaco, donò la sua collezione di classici greci e latini alla biblioteca che la sua amministrazione, a seguito della donazione al Municipio dei libri del professor don Vincenzo Carlini, aveva istituito l’anno prima. Oggetto di un recente restauro, spicca su una parete color rosso pompeiano della tomba della Curia la lapide marmorea di sua eccellenza monsignor Luigi Moreno, vescovo che per 40 anni, dal 1838 al 1878, resse la diocesi eporediese «con quell’amore – scrisse Candido Germano – con quell’attività, con quella saviezza che tutti conoscono, più unica che rara e che non ha riscontro che col Cardinale delle Lanze». (Franco Farné)

I CUNIBERTI
Germano indicò anche la tomba della famiglia Cuniberti, quella del canonico penitenziere della Cattedrale a cui è dedicata una via, professore e “padre” degli Artigianelli. Ricordò che vi erano 9 lapidi e 6 iscrizioni. Un restauro integrale, anni fa, le rimosse tutte, ma, per fortuna, i nomi furono riportati a coppie su una targhetta di bronzo e oggi la loro memoria non è andata perduta. Accanto alla tomba Cuniberti è la tomba Realis, illustre famiglia eporediese raccontata da Salvator Gotta nel romanzo Il progresso si diverte. (Franco Farné)

I BORGETTI
Gaspare Borgetti era un medico conosciuto to e apprezzato , uomo di vasta cultura e Cavaliere Mauriziano, che mancò prematuramente a soli 64 anni nel 1869 come è riportato sulla sua lapide nella tomba di famiglia del cimitero di Ivrea. Fu chirurgo di rara destrezza dell’ospedale di Ivrea, medico delle Carceri e del convitto civico del Monastero di San Michele. Inoltre fu soprattutto ricordato per l’impegno profuso durante le due epidemia di colera che colpirono Ivrea in quegli anni e a tal proposito gli furono conferite due medaglie d’argento nel 1854 nel 1867. Nei primi anni sessanta iniziò la costruzione della nuova villa su terreni di loro proprietà Con la morte del dottore fu il figlio Giuseppe Borgetti a prendere in mano le redini della famiglia Giuseppe che nacque a Ivrea nel 1837 si laureò in ingegneria nel 1859 e lo stesso anno fu nominato sottotenente ia artiglieria, si distinse nella campagna del 1860 e meritò una medaglia d’argento nella sede di Ancona e una di bronzo sul Garigliano. Promosso capitano del 1862, nella campagna del 1800-66 ottenne una seconda medaglia d’argento. Raggiunto il grado di colonnello nello stesso anno resse la direzione d’artiglieria di Ancona e di Piacenza e in seguito comandò il ventunesimo Reggimento d’artiglieria. Fu nominato Maggiore generale col decreto ministeriale del 2 agosto 1883 -1903 e collocato in posizione ausiliare nel 1897; a fine carriera fu nominato Tenente generale della riserva nel 1901. Il Generale morì in piena guerra mondiale nel 1916 a 79 anni e sua moglie invece nel 1925 ad 80 anni. Entrambi furono benefattori in Borghetto come i loro antenati e anche i loro successori come si evince da quanto scritto su una targa posta dall’amministrazione di Salerano nel 1952 su villa Sclopis: per la bontà generosa con cospicua elargizione a questo Istituto da parte degli eredi del generale Borgetti e di sua moglie. (Franco Farné)

PARTIGIANI (da Volti di Ivrea )

ALDO BALLA
Aldo Balla, nato a Ivrea il 16 settembre 1912, dopo aver frequentato la scuola tecnica fu assunto dalla banca commerciale con l’incarico di fattorino di fiducia prima Milano e poi a Ivrea. Nel luglio del ‘43 partecipò alle manifestazioni contro il fascismo e si avvicinò quindi alle formazioni Partigiane aderendo alla brigata di giustizia e libertà col nome di battaglia di Saetta. Partecipò ad importante azioni di sabotaggio come quella del Ponte ferroviario di Ivrea del 24 dicembre 1944. Cadde infine in un’imboscata nemica a Montalto Dora il 24 febbraio 1945 e morì nel corso della azione. Fu insignito della medaglia di bronzo con la seguente motivazione “[…] benché ricercato dall’avversario quale elemento pericolosissimo rifiutava di cambiare zona di impiego”.
Nel corso di una pericolosa missione speciale quale latore più importante dei messaggi del comando alleato veniva sorpreso da una forte pattuglia nemica. Vista inutile ogni possibilità di fuga distruggeva i documenti e reagiva alle intimazione di resa con il fuoco della propria arma cadendo al grido di Viva l’Italia. Sulla sua lapide, al cimitero di Ivrea, la seguente iscrizione: “Intese la vita come dovere e non esito a sacrificarla per il trionfo dei suoi ideali di giustizia e libertà”.

PIERO OTTINETTI
Pietro Ottinetti, nato a Ivrea nel 1914, dopo gli studi aveva iniziato a lavorare col padre lattoniere e aveva prestato servizio militare nel corpo degli Alpini. Dopo l’8 settembre 1943 si unì alla settima divisione della 76a Brigata Garibaldi assumendo il nome di battaglia di Pirata. Partecipò a numerose azioni belliche nel Canavese nel biellese sino a che non rimase coinvolto nell’agguato che, su delazione, portò alla cattura a Lace presso Donato di tutto il gruppo dirigente della divisione. I Partigiani, tra cui Fillak e Macchieraldo, reagirono al fuoco, ma furono costretti ad arrendersi per mancanza di munizioni. La sorte di Piero fu comune a quella dei suoi compagni: il 3 febbraio 1945 fu fucilato davanti al cimitero di Ivrea, dove il suo corpo riposa.

UGO MACCHIERALDO
Nato a Cavaglià nel 1909 Ugo Macchieraldo, il cui cognome andrebbe in realtà scritto con una c sola, dopo aver conseguito il diploma di perito nel ITIS di Biella, frequentò l’accademia Aeronautica di Caserta da cui uscì col grado di Sottotenente. Promosso Tenente nel 1935 partecipò alla guerra di Spagna dalla parte di Francisco Franco. Tornò in Italia col grado di capitano e dal giugno del 1940 fu in guerra sul fronte Occidentale, in Cirenaica e nel Mediterraneo. Nell’agosto del 1942 fu promosso maggiore; dopo l’8 settembre reagì allo sbandamento generale dell’esercito arruolandosi nella 76a Brigata Garibaldi con nome di battaglia di Mac. Partecipò ad alcune azioni di sabotaggio come l’attacco di ponti ferroviari di Quincinetto e Saluggia e, nell’ottobre del 1944 ,venne nominato Capo di Stato Maggiore della Brigata. Il 29 gennaio 1945, in seguito alla delazione dell’allora gestore dell’albergo Monbarone di Andrate (poi processato e giustiziato dai partigiani), fu catturato in località Lace insieme a tutto il comando della Brigata. I prigionieri furono trasportati prima Castellamonte e poi a Cuorgnè dove Mac , interrogato dal tedeschi, non parlò e fu condannato a morte per fucilazione. L’esecuzione avvenne davanti al muro del cimitero di Ivrea il 1° febbraio 1945. Macchieraldo chiese di poter ordinare lui stesso fuoco in qualità di Maggiore della aeronautica e cadde e gridando “Perdono i soldati tedeschi.”

Nella motivazione della medaglia d’oro si legge tra l’altro “[…] di fronte al plotone di esecuzione dichiarava di voleri mostrare come sapesse morire un ufficiale italiano.”

GINO PISTONI
Luigi Pistoni , Martire della Libertà. Nato a Ivrea il 25 febbraio 1924 da un’antica famiglia Cattolica e titolare di un notonegozio di generi casalinghi ancora oggi attivo, Gino Pistoni, dopo aver conseguito il diploma di ragioniere presso i fratelli delle scuole cristiane di Torino, iniziò a lavorare nel negozio di famiglia. Giovane sportivo e amante della montagna, assiduo  frequentatori, come del resto del suo padre e suo nonno,   dell’oratorio San Giusepp, qui entrò in contatto con l’azione Cattolica, l’associazione tollerata ma sempre guardata con un certo sospetto dal regime fascista,  diventando presto  dirigente del suo centro diocesano. Nei primi mesi del ’44, chiamato alle armi, fu  assegnato al distretto militare di Ivrea. Qui con alcuni amici organizzò il colpo del 25 giugno 1944: un gruppo di partigiani entrarono nei locali del distretto e quindi uscirono con un ricco bottino di armi , munizioni e prigionieri. . Tra questi lo stesso Pistoni che raggiunse la  base partigiana di Trovinasse e si unì alla prima Brigata Garibaldi , senza peraltro ormai rinnegare la sua profonda fede cattolica.

Il 25 luglio 1944 lo vide impegnato con tutta la formazione di cui faceva parte nell’operazione di guerra volta a isolare la valle di Gressoney. I Partigiani fecero salutare il ponte sul Lys, ma vennero raggiunti da truppe tedesche fasciste e furono costretti a ripiegare. Gino, che si era attardato per soccorrere un soldato fascista ferito, veniva colpito all’inguine durante la ritirata e prima di morire scrisse sul sacchetto in cui tenevi i viveri  il suo testamento spirituale col dito imbrattato del proprio sangue.” Offro mia vita per Azione Cattolica e per l’Italia – Viva Cristo Re”. A lui oltre la piazza Pistoni e intitolato il campo sportivo di Ivrea

FERRUCCIO NAZIONALE
Ferruccio Nazionale, nato a Ivrea il 16 luglio 1922, operaio all’olivetti, il 2 marzo 1944 si unì al gruppo partigiano di Arnad in Valle D’Aosta per passare poi alla prima Brigata A. Cavalli e infine al 76a Brigata Garibaldi col nome di battaglia di Carmela. Partecipò a numerose azioni, tra cui l’attacco alla valle di Gressoney. La sua cattura da parte delle Brigate della X MAS, informate da un delatore, avvenne a Cascinette avvenne a Cascinette, dove Ferruccio si nascondeva nelle case dei nonni. Torturato, non parlò e fu impiccato a Ivrea il 29 luglio 1944 sulla piazza del Municipio. Al collo gli fu appeso un cartello “Aveva tentato con le armi di colpire la X”. Le testimonianze della sua cattura sono discordi. Alcuni Partigiani intervenuti riferiscono che era stato torturato e che al momento dell’impiccagione era praticamente già morto. Pare Certo che all’uscita del carcere non avesse più la lingua

MARIO PELLIZZARI
Nato il 19 marzo 1903 a Pescarenico, in provincia di Lecco, Mario Pellizzari alternò della sua prima giovinezza il lavoro, prima come operaio poi impiegato agli studi serali: Dopo aver frequentato e terminato un corso di disegno, si scrisse a un ginnasio privato, ma non riuscì a portare a termine questo impegno a causa di un forte esaurimento nervoso. Si dedico quindi a diverse attività, mentre si veniva precisando la sua forte vocazione antifascista, dettata dalla indignazione nei confronti delle continue violazioni delle libertà individuale. Del 1929 si trasferì in Provincia di Aosta, entrando come socio in una trafileria di Hone- Bard: questa esperienza si concluse negativamente dopo una lunga serie di battaglie legali e Pellizzari fu costretta a tornare a Lecco. Nel 1936 fu assunto all’Olivetti come disegnatore tecnico per intercessione del suo avvocato di Ivrea. Qui entrò in contatto con gli ambienti antifascisti e aderì al movimento di giustizia e libertà cui lo avvicinava la sua fede mazziniana. Alla caduta del Fascismo fu alla testa delle manifestazioni cittadine contro il regime e fu eletto nella rinata commissione interna della Olivetti. Dopo l’8 settembre 1943 aderì attivamente alla lotta partigiana, sotto il nome di Alimiro , operando in un primo tempo nella valle di Champoluc dove si occupò dell’ espatrio clandestino di alcune famiglie ebree attraverso i valichi Alpini. Più tardi costituì il Battaglione Rosselli col quale diede vita ad alcune ardite azioni di sabotaggio: Nel giugno del 1944 furono fatti saltare i tralicci elettrici della zona detta Campana: Alimiro fece esplodere una prima volta il ponte della ferrovia di Ivrea danneggiandolo; qualche mese dopo prima dell’ultima azione dei lavori di riparazione, fu la volta del ponte di Quincinetto. Infine nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, qualche ora prima della partenza per l’Austria del treno con cui si stava ripristinando il servizio viaggiatori, Alimiro accompagnato da Amos Messori detto D’Artagnan e coadiuvato da un gruppo di 11 Partigiani, al fine di evitare i progettati bombardamenti inglesi che insieme al ponte avrebbero colpito duramente intera città, veniva decisa la sua impresa più celebre: il ponte della ferrovia, minato fu fatto saltare e reso del tutto inagibile e tale rimase sin dopo la liberazione. Il 6 Febbraio 1945 veniva messo fuori uso anche il ponte ferroviario di Montestrutto.
Negli ultimi mesi di guerra, dopo aver trascorso un breve periodo di inattività in diversi nascondigli a causa di una caduta, Pellizzari fu nominato Commissario di Guerra presso il comando partigiano della Bassa Valle d’Aosta per le formazioni G. I. Dopo la liberazione fu nominato questoredi Ivrea e seppe mostrare doti di equilibrio e umanità. Negli anni successivi, allontanatosi gradualmente dalla azione politica attiva, emigrò in Brasile, dove si occupò di attività assistenziali a favore dei bambini abbandonati. Di lui non si seppe a lungo più nulla, tanto che il molti lo credevano morto. Tornò a Ivrea per un breve periodo nel 1974 e poi decisivamente nel 1976. Morì il 19 ottobre 1977 e fu sepolto nel cimitero cittadino . L’orazione funebre fu pronunciata da Monsignor Luigi Bettazzi che di lui disse “L’uomo di guerra era in realtà uomo di pace”.

GUGLIELMO JERVIS
Guglielmo Jervis figlio dell’ingegner Tommaso e di Bianca Quattrini, nacque a Napoli il 31 dicembre 1901. Trasferitosi con la famiglia a Torino vi frequentò la scuola elementare e parte delle scuole tecniche che completò a Firenze e a Padova. Seguì a Torino i primi due anni del Politecnico e si laureò in ingegneria a Milano nel 1925. Dopo aver lavorato per sei anni in una ditta di Milano, Adriano Olivetti gli affidò la direzione della filiale di Bologna nel 1934. Dal primo novembre dello stesso anno lo chiamò a Ivrea prima all’ufficio ispezione centrale e poi a capo dell’officina di montaggio delle macchine per scrivere nel 1939. Fu incaricato di occuparsi del CFM, Centro Formazione meccanico, della ditta Olivetti, al quale impresse un forte impulso culturale oltre che tecnico e professionale. A Ivrea si stabilì con la moglie Lucilla Rochat dalla quale ebbe tre figli: abitava in Corso Nigra 25 dove restò fino al 1943. Di religione Valdese, molto appassionato di montagna, nel corso degli anni 30 maturò con altri giovani Valdesi riuniti intorno alla rivista Gioventù Cristiana la riflessione sul tema della testimonianza evangelica che lo indusse in un secondo tempo a respingere l’agnosticismo politico e a schierarsi contro i fascismo. Dopo il 25 luglio 1943 Jervis entrò nella lotta politica aderendo al partito d’azione. Dopo l’8 settembre prese parte all’occupazione e al saccheggio delle armi della caserma di Ivrea e partecipò negli uffici Olivetti a una riunione per un comitato interpartitico dal quale scaturirono il CLN di Ivrea e il CLN di fabbrica. Si occupava nel frattempo di accompagnare clandestinamente in Svizzera decine di ex prigionieri alleati e di ebrei jugoslavi e di prendere contatti con le prime formazioni Partigiane della Valle d’Aosta. Ricercato dalla polizia tedesca si trasferì con la famiglia Torre Pellice nell’ottobre del 1943, si inserisce nelle formazioni Partigiane locale che diventarono la quinta Divisione Alpina ed entrò a far parte del comitato militare costituito a Torino dal Partito  d’azione.Guglielmo Jervis sosteneva la necessità di espandere la presenza partigiana in Val Germanasca per farne la Roccaforte della Resistenza nelle valli Valdesi. Durante un trasferimento in motocicletta dalla Val Germanasca a Torino, in località Ponte di Bibiana, vicino a Luserna San Giovanni, fu arrestato la mattina dell’11 marzo 1944 e trovato in possesso di documenti militari e di esplosivo. Sottoposto a feroce interrogatori a Luserna e a Torino fu lasciato 47 giorni in una cella senza aria né luce, ma non cedette alle pressioni e non fornì informazioni utili allo smantellamento della rete clandestina. Fu fucilato a Villar Pellice nella notte fra il 5 e il 6 agosto senza aver potuto rivedere i suoi figli e il suo corpo fu impiccato a un albero come ultimo atto di disprezzo da parte dei suoi aguzzini. Per i suoi meriti Partigiani la sua dedizione alla causa il suo eroico sacrificio fu insignito della medaglia d’oro della Resistenza

BRUNO RANIERI
Nato a Ivrea 1915 in via Miniere, Bruno Ranieri frequentò il liceo ginnasio Carlo Botta. Conseguì dalla maturità nel 1934, fu allievo della Accademia Militare di Torino, da cui uscì col grado di Sottotenente due anni dopo. Promosso Tenente nel 1938 fu destinato alla X batteria del IV Reggimento artiglieria alpina e quindi alla 25 batteria del gruppo Val Tanaro col quale, scoppiata la guerra, partecipò alle operazioni militari sul fronte occidentale nel settore di Entracque. Nell’ottobre 1940 si imbarcò per l’Albania e partecipò ai combattimenti per arrestare l’avanzata dei Greci su Valona. Il 23 dicembre 1940 fu protagonista di un significativo atto di Eroismo mentre infuriava la battaglia sul Klarista – Fratarit, si offriva volontario per respingere l’avanzata del nemico che minacciava la ritirata del gruppo di artiglieria Val Tanaro in fase di ripiegamento. Nell’intento di permettere ai propri artiglieri di raggiungere una postazione più favorevole cadde ferito e morì poco dopo. Fu insignito della medaglia d’oro al Valor militare con la seguente motivazione: “Comandante di un pezzo Ardito in linea con gli alpini in posto avanzato e delicatissimo, sprezzante di ogni pericolo, si prodigava generosamente nell’impiego dell’arma e riusciva, sparando ininterrottamente a zero, a contenere ripetute violenti attacchi nemici. Ferito, rifiutava le cure e, nell’infuriare della lotta vicinissima, si lanciava arditamente in avanti tra i primi con la mitragliatrice e con le bombe a mano, ricacciava gli attaccanti e salvava il pezzo. Esausto per l’abbondante sangue perduto, decedeva poco dopo. Esempio di coraggio di elevate virtù militari”. Klarista – Fratarit, fronte Greco, 23 dicembre 1904

PERSONAGGI
NINO COSTA
Nino Costa, poeta in lingua piemontese, nato a Torino da famiglia di origine canavesana il 26 giugno 1886. La sua prima pubblicazione compare sul Birichin il 23 dicembre 1909, seguirono numerose opere, tutte rigorosamente in lingua dialettale, impregnate della sua vena popolare realistica. Cantò la vita quotidiana della sua gente interpretandone l’ inspirazione, il buon senso, il profondo attaccamento alla terra d’origine. La sua ttività poetica non si interruppe neppure durante la guerra, quando questo anzi acquistò una più evidente venatura polemica nei confronti di Regina fascista. Nella poesia Il Macchinista l’Italia veniva paragonata a una macchina che stenta a procedere non per i propri difetti ma per colpa del macchinista, cioè il suo capo. Sul finire del 1944 la sua vita fu funestata dalla morte del giovane figlio Mario, partigiano, caduto in combattimento sul monte Genevry. Un anno dopo, il 1novembre 1945 Costa morì , conservando fino alla fine la capacità di elevarsi con la sua forma al di sopra del miseria umana e di esprimere sentimenti di fraternità e di amore nei confronti dell’umanità

GIUSEPPE BOARO
Giuseppe Boaro (Ivrea, 1853 – Ivrea, 1939) “meccanico” del gabinetto di fisica del Liceo Carlo Botta di Ivrea, nel 1897 acquistò un apparecchio Lumière e avviò l’attività di spettacoli itineranti. Insieme ad Italo Pacchioni, il 4 luglio 1898 Boaro offrì una “dimostrazione di fisica, meccanica, raggi X, microscopia e cinematografia” ai duchi di Genova, presso il teatro del Castello di Agliè. Poco tempo dopo, nel 1905, sono attestate le prime proiezioni ad Ivrea, presso il Teatro Giacosa. Nel primo decennio del secolo, aprì un laboratorio pirotecnico, dove, per uno scoppio del deposito di polveri, perse la vita il figlio Giovanni. Forse proprio questa tragedia lo convinse a ritornare al cinema, inaugurando il 24-25 ottobre 1910 la sala “Splendor”, in via Palestro, nei locali prima destinati all’attività commerciale.

DON PAVIGNANO
Pare che, malgrado la lapide, la tomba non conservi le spoglie mortali del presule, mentre, pur non essendovi targa a ricordarlo, essa custodisce i resti di don Lorenzo Pavignano, «tra i benemeriti dell’istruzione e dell’umanità sofferente», anch’egli tra le vittime di un’epidemia: «Quando, nel 1867, – ricordò Germano – il colera infieriva in Ivrea, si fece da sé cappellano del lazzaretto e attese all’ufficio assuntosi con coraggio e carità senza pari, da meritarsi l’estimazione universale e le lodi del Municipio. Colto da morbo repentino, entrava nell’eternità il giorno 23 maggio 1873». (Franco Farné)

PIER ALESSANDRO GARDA
All’anagrafe Pietro Nicola Garda ( 1791 – 1880), è stato un collezionista d’arte, politico e filantropo italiano.

GENERALE GARDA
Come riporta l’iscrizione stessa è stato “luogotenente del grande stato maggiore di Napoleone I a Waterloo”.

GIUSEPPE RIVA
Nato e morto a Ivrea (1834 – 1916) è stato un pittore italiano, noto per ritratti, dipinti storici e paesaggi. Nel 1872 espose all’Esposizione internazionale di Milano alcuni ritratti a mezzo busto. Sue opere famose sono Due pastorelle. Caterina de’ Medici sorpresa da Maria Stuarda mentre legge; Ultimi istanti di Cola di Rienzi, Tribuno di Roma, Il naviglio grande a Milano e il Martirio di san Bartolomeo nel presbiterio della chiesa di San Bartolomeo a Almenno San Bartolomeo.